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28 Ottobre 2004 - Ho un
annunzio-choc: sono portatore sano di una terribile malattia, sono un
dipendente pubblico. La situazione è vieppiù complicata dall’essere
stato infettato in età presenile, cioè proprio nel momento meno
opportuno, dal germe del libertarismo.
Diciassette anni or sono, fui assoldato
fra le truppe oggi comandate dal generale Sirchiapone, quello strano
ministro che voleva contare le porzioni ai buongustai nei ristoranti e
che costantemente si vanta di stare spezzando le reni al dio Tabacco,
padre di tutti i vizi. Volendo esser franco, non me la passo male:
frequento bella gente, chirurghi e anestesisti lautamente stipendiati
per prestare la loro opera misericordiosa (mica tutti, beninteso) in
posti che non siano l’ospedale dove quotidianamente mi arrabatto in
attesa del Festival del Ventisette, ricchi premi e cotillons con
lotteria finale per mutuo e bollette.
Dicono che noi della Sanità siamo i
meglio piazzati nella hit parade dei piccoli Mida della pubblica
amministrazione, visto che tutto quello che tocchiamo diventa oro o
suppergiù, grazie agli incentivi che ci vengono riconosciuti proprio
in virtù della contiguità con la casta medica. Siamo contenti di
brillare della luce riflessa dai camici bianchi, che hanno ben altro
potere contrattuale di insegnanti e poliziotti. I nostri geni della
lampada sono generalmente portaborse invecchiati, riciclatisi in
manager-sacerdoti della finanza rigorosa: per mano loro, riceviamo
incentivi financo per stare a casa a goderci le ferie a dispetto delle
pratiche inevase, onde consentire alle nostre ASL di risparmiare sui
giorni di vacanza nell’esercizio successivo.
I maligni si ostinano a sostenere che
lavoriamo poco e male, ma si tratta solo di un errore di prospettiva:
benché i nostri ameni luoghi di lavoro siano stati un giorno
trasformati con un colpo di bacchetta magica in aziende, ancora
nessuno ha informato i nostri vertici che la pubblica amministrazione
deve perseguire in ugual misura il benessere degli utenti, peraltro
promossi al rango di clienti (non recita forse un vecchio adagio che
il cliente ha sempre ragione?), e quello di noi travet. D’altro canto,
siamo corteggiatissimi dai politici di destra e di sinistra, che ci
riempiono di regali per via del nostro bel serbatoio di voti. Anche la
nuova genia dei liberalstatalisti è sempre pronta a lisciarci il pelo,
convinta com’è che basti un nostro starnuto per far impennare la scala
Mercalli della conflittualità sociale.
Chi li ha persuasi di questo sono i
nostri amici sindacalisti, che, a onor del vero, sono pappa e ciccia
con i geni della lampada e hanno l’abitudine di strofinare spesso la
medesima. Al sottoscritto è noto che, anni addietro, un sindacalista
non avvezzo a tale costumanza si trovò in uno spiacevole impiccio,
originato da una vicenda invero poco limpida, di una ditta cui era
stata appaltata la pulizia dell’ospedale dove il suddetto lavorava a
stretto contatto con il gruppo delle caposala, le quali erano insorte
per la trascuratezza, appunto, nella pulizia dei reparti, che
nondimeno, a dispetto del capitolato, risultava pagata con
sollecitudine: ebbene, quantunque ci fossero indizi che forse qualcuno
aveva truccato le carte per ricevere un’ingiusta mercede, l’intervento
di un dirigente, poi passato ad altra azienda, costrinse il suddetto
sindacalista a cambiare ufficio da un giorno all’altro, senza che
nessun arruffapopoli lo difendesse, e la storiaccia venne tosto
dimenticata anche dalle ribelli
Paranoia del protagonista o
realtà facilmente trasponibile in contesti più o meno simili? Il guaio
è che noi impiegati pubblici amiamo il posto fisso. Lasciamo perdere
il blocco delle carriere, le paghe miserevoli, la cattiva fama, il
sospetto di parassitismo e l’essere un peso per il bilancio statale
(questa invero è l’ultima preoccupazione…). Eppure ho la sensazione
che noi piccoli burocrati siamo la morta gora della società italiana.
Il Cav, che nei giorni pari amo e in quelli dispari detesto (l’odio lo
lascio a chi ha più alte mire), non ha ancora compreso che l’unica
salvezza è restituirci la dignità. Non tutti si nasce imprenditori, e
non voglio esagerare con il masochismo, ma il Berlusca ha il dovere di
metamorfizzarci in un popolo di partite IVA! Una volta eliminato un
migliaio di leggi e leggine inutili e dannose, ci imponga di
costituirci in cooperative per servizi amministrativi, e vedrà se non
rivolteremo il Paese come un calzino, alla faccia di quel dipendente
pubblico che si faceva il Mercedes con un’analoga promessa!
Giovanni Maria Mischiati |