1 Dicembre
- L'aria rarefatta degli altipiani dà alla testa, oppure la
saggezza dei bonzi è andata a farsi benedire. A dire il vero, se
dovessero ragionare come i loro omologhi asiatici situati alle
pendici dell'Himalaya, i pastori andini masticatori di foglie di
coca dovrebbero porsi qualche domanda sul loro vizietto,
probabilmente meno salutare di una tirata di sigaretta, quantunque
provvidenziale nel fare fronte agli scherzi combinati appunto
dall'altitudine.
Eppure, da mercoledì 17 (e poi dicono che tale numero non porti
male), chi sta soffrendo di astinenza sono i sudditi del minuscolo
regno incastonato fra India e Cina, quel Bhutan che fino a ieri
era conosciuto soltanto come patria di formidabili tiratori con
l'arco e che si disputava con l'isola caraibica di Montserrat il
poco invidiabile primato della nazionale di calcio più scarsa del
pianeta. Tuttavia, l'ultima settimana ha consentito al Bhutan di
scavalcare ogni concorrente nella gara per aggiudicarsi il titolo
di primo Paese al mondo totalmente libero dal fumo di tabacco,
facendo impallidire la potenza proibizionistica degli USA, dove
ancora non si è giunti a vietare la vendita di qualsivoglia
prodotto legato alla benemerita foglia.
In un impeto di generosità, i
sirchiaponidi locali, giustamente preoccupati di innalzare la
speranza di vita degli abitanti, attualmente collocata fra i
sessanta e i sessantatré anni, hanno deciso di concedere a negozi,
alberghi, ristoranti e bar, che fossero autorizzati allo smercio
di tali prodotti, una proroga di un mese per smaltire le scorte.
Non volendo 'suicidare' il turismo, il governo di Thimphu si
mostrerà altresì rispettoso verso la 'debolezza' dei fumatori
stranieri, diplomatici e viaggiatori, che non dovranno però cedere
alle lusinghe dei poveri cittadini orfani di 'bionde', pena il
trovarsi affibbiata l'accusa di contrabbando.
Duecentodieci dollari di multa
dovrebbero scoraggiare qualsiasi bhutanese fosse punto da vaghezza
di accendersi una sigaretta, mentre gli esercizi commerciali
tentati dal sottobanco subirebbero l'immediato ritiro della
licenza. Come stato di polizia, non c'è male.
Ovviamente, la scusa è sempre la
stessa: preservare la salute dei cittadini. L'equivalente asiatico
di Sirchia ha aggiunto che la lotta al fumo è anche lotta contro
l'inquinamento, dimenticando di parlare a un Paese con un'economia
di sussistenza, stretto fra due colossi industriali che hanno
avuto uno sviluppo caotico - che non è mai sinonimo di corretto
approccio ai problemi ambientali - uno dei quali è tuttora
schiacciato da un regime comunista (e si sa fin troppo bene cosa
significhi ciò in materia di difesa dell'ambiente).
Oltretutto, i sociologi non
ignorano che la maggiore propensione al fumo è una caratteristica
dei ceti meno abbienti, e nel Bhutan non vi è certo carenza di
poveri, donde l'assurdità di una politica che incida sullo stile
di vita di un'ampia fascia di popolazione senza una reale
contropartita. Senza contare che il tentativo di modificare per
imposizione gli stili di vita, anche quelli apparentemente
dannosi, riflette una concezione profondamente illiberale della
società.
Purtroppo, questa è una tendenza
che si va affermando su scala mondiale, ed è il motivo per il
quale non siamo affatto speranzosi per le sorti dell'umanità. I
non fumatori, senza accorgersene, stanno scivolando in una deriva
statolatrica perniciosissima, rischiando di contagiare, proprio
nel momento di massima crisi dell'idea statuale, tutti coloro che
non hanno ancora una visione sufficientemente libertaria del
vivere civile, con la vecchia illusione che si possa rinunziare a
qualche piccola libertà individuale per un bene superiore.