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29 Luglio
2004 -
Stavolta vorrei cominciare ricordando un racconto di
Guareschi a proposito di una visita medica da lui fatta e durante la
quale il medico gli chiese se fumasse, ed al suo diniego insistette
chiedendo se bevesse, e quindi se mangiasse troppo, o se indulgesse
troppo al sesso. Di fronte alla delusione del medico di fronte a
questa sfilza di no, e che non aveva niente perciò da proibire, gli
venne che a lui piacevano molto le caramelline alla liquirizia. “Ecco,
esclamò il medico, sono queste la causa del malessere; occorre che lei
vi rinunci”; lo scrittore promise di non assaggiarne più. Poi uscendo,
si fermò al primo bar a rinfrescarsi con un ottimo bicchiere di
lambrusco, si accese un sigaro ed aspirando voluttuosamente pensava
alla cena che l’aspettava ed al seguito con le effusioni di cui la sua
signora e padrona era sempre prodiga, tanto il medico non gli aveva
proibito niente di tutto questo; certamente non avrebbe più assunto le
caramelle di liquirizia, che oltre a tutto nemmeno gli piacevano.
Erano bei tempi in cui ognuno decideva delle cose che gli
piacevano e non era sottoposto a martellamenti di alcun genere: A
parte la crociata antifumo che ormai ci opprime da alcuni decenni,
senza che mai sia stato dimostrato un motivo convincente, stiamo
assistendo da qualche tempo all’emersione dell’offensiva antiobesi.
Finora si è proceduto in maniera subdola, come il venticello di
rossiniana memoria, che poco a poco prende consistenza, si gonfia e
come un uragano si abbatte colpevolizzando l’obesità riconducendola ad
un atteggiamento propensivo verso il vizio della gola, proponendo per
contro modelli fisici di riferimento difficilissimi da emulare, almeno
in paesi in cui il cibo non difetta, creando complessi a volte
sfocianti in anoressia, diete assurde, astinenze fino allo spasimo che
si concludono molte volte in maniera tragica. E questo per poter
seguire i nuovi dettami stilistici che i media propongono
ininterrottamente come modello. Dimagrire ad ogni costo è da qualche
tempo la parola d’ordine.
Ora dicono addirittura che l’obesità è una grave malattia,
e lo dicono gli stessi ministri integralisti che hanno predicato e
continuano a predicare contro il fumo.
Della condizione dell’obeso ne traggono una insopportabile
metafora di bassa condizione umana; l’obeso viene travolto da questo
martellamento mediatico, si angoscia, lotta contro un lento e
progressivo processo di emarginazione, tenta tutte le possibilità che
gli consentano il reinserimento in una società che si autodefinisce
“giusta” solo in virtù di un dato rapporto altezza/peso.
Sarà dura fra poco bere, e sarà dura prendere caffè,
perché, e non vorrei essere quello che dà l’idea, in questa oligarchia
di santoni al servizio di certi poteri, uno dei prossimi bersagli
potrebbe essere l’assunzione della caffeina.
Parlano di costi sociali da ridurre: nessuno pensa però che
assieme al costo che paga l’oggetto di queste attenzioni in termini di
sofferenze psicologiche, di traumi, depressioni, condizionamenti, gli
vengono aggiunti i costi di psichiatri, psicologhi, psicoterapeuti,
dietisti, pillole per dimagrire, corpetti e tute dimagranti,
apparecchi stimolanti, palestre, beauty farms, prodotti dietetici
quali barrette e beveroni venduti a prezzi esorbitanti, per un’impresa
a dir poco impossibile, così riassunta da un noto comico:
“quarant’anni di dieta, sette grammi di perdita di peso”; e non è
detto che sia un risultato consolidato.
Antonio Nicoletta |