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21 Febbraio
2005 - La legge Sirchia che vieta il fumo in tutti i luoghi
pubblici ed a qualsiasi titolo, mi turba fortemente in quanto non mi
piace appartenere ad un popolo per il quale occorre una legge che lo
obblighi ad un certo stile di vita che comunque al 90% aveva
realizzato già solo col martellamento mediatico.
Ormai non si
fumava più nei cinema, nei teatri, nei treni, negli aerei e se al
bar o ristorante qualcuno avesse chiesto al vicino di non fumare,
quasi certamente avrebbe avuto soddisfazione. E per quei casi in cui
la richiesta non fosse stata accolta sono sicuro che un
accomodamento si sarebbe trovato. Sempre considerando che è mia
esperienza che i modi dei non fumatori diventano sempre più
aggressivi, man mano che i rigori di regolamenti o leggi aumentano.
Si fuma da
centinaia di anni e l’unico episodio riportato dalle cronache e che
riguarda questa abitudine è lo sciopero del fumo che si ebbe
nell’ottocento nella Milano pre-unitaria allo scopo di ridurre gli
introiti all’erario austriaco e recargli danno. I soldati e
ufficiali austriaci, assieme ad appartenenti agli uffici pubblici,
invece fumavano spavaldamente per attizzare il desiderio degli
scioperanti. Ma questa è un’altra storia.
L’infuriare
mass mediatico ha costretto alla ghettizzazione persone normalissime
ed inoffensive se non sulla base di un supposto e non provato danno
del fumo passivo, che se fosse solo in minima percentuale vero,
quelli della mia età, assidui frequentatori durante la loro infanzia
e giovinezza di cinema, teatri, bar, sale da biliardo e locali da
ballo, non avrebbero potuto certamente arrivare all’età che hanno.
Hanno voluto
una legge, e questa soluzione non mi convince sulla sua finalità.
Non è per caso che si vuole saggiare la nostra propensione
all’accomodamento ed all’ubbidienza? A questo riguardo mi viene in
mente e voglio raccontare una storiella che ho sentito in Sicilia,
terra nella quale vivo da quarant’anni: una donna, piangente, si
rifugia dalla madre e risponde alla richiesta del perché piange
dicendo “me maritu m’ha datu un tumpuluni” (mio marito mi ha dato
uno schiaffo); la mamma minimizza dicendo che uno schiaffo alla fin
fine non è niente, porta pazienza. E la ragazza fra le lacrime:
“matri, nun chiangiu ‘ppu tumpuluni, mi scanto ca s’addricca”
(mamma, non piango per lo schiaffo, ma ho paura che prenda
l’abitudine).
Indovinate a
chi mi fa pensare questo aneddoto?. Intanto con il divieto del fumo
il nostro ineffabile ministro Sirchia, ha armato le mani degli
estremisti antifumo di schizzetti ed estintori e non sappiamo se
avrà il coraggio di fermarli là. Poi ha già annunziato un’altra
crociata contro l’alcol e so da precedenti dichiarazioni che è
pronto all’offensiva antiobesi.
Ci stiamo
avviando verso un periodo buio di divieti e limitazioni che,
cominciando con alibi e pretesti sulla volontà di tutelare la nostra
salute, alla fine potrebbero risultare in test diretti a valutare il
nostro spirito di adattamento e di sottomissione.
Mi dispiace
che un ministro appartenente all’area delle mie simpatie politiche
stia dimostrando degli estremismi così violenti, violando le libertà
certe in nome di libertà supposte, scegliendo la via più impervia a
incerte soluzioni di problemi che potevano essere risolti in altro
modo e con più saggezza.
Credo che mai
come ora, valga il suggerimento di non tirare troppo la corda.
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