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Novembre 2007 - Lo studio ha misurato l’Apparent Diffusion
Coefficient (ADC – coefficiente di diffusione apparente)
dell’elio-3, un isotopo dell’elio-2, nei polmoni di alcuni fumatori
e non fumatori. L’elio-3 è stato magnetizzato da un laser e inalato
dal paziente mentre è misto ad azoto. La sua diffusione apparente
nei polmoni è stata osservata con uno scanner MRI (Magnetic
Resonance Imaging).
I pazienti erano
38 in tutto:
·
17
non fumatori che hanno
detto di avere avuto poca esposizione al fumo
passivo;
·
16
non fumatori che hanno
detto di avere avuto molta esposizione al fumo
passivo;
·
Cinque fumatori.
Lo studio
vuol dare l’impressione di aver misurato in qualche modo l’effettiva esposizione dei non fumatori al fumo
passivo e i presunti danni ai polmoni che esso “causa”.
Uno studio
veramente scientifico è basato su rigorosa misura ad ogni passo del
suo sviluppo. Se, in qualsiasi fase dello studio, le misure non sono
affidabili, lo studio non ha valore perché i suoi risultati sono
irreparabilmente compromessi. Già questo studio non soddisfa questa
essenziale condizione perché non esiste verifica. I due
gruppi di non fumatori, infatti, hanno auto-certificato le
loro esposizioni al fumo passivo in modo assai simile a quello della
scienza rottame epidemiologica basata su questionari circa vaghe
memorie di esposizione al fumo di sigaretta e privi di verifica
o reale quantificazione. Questo fatto, da solo, è
già sufficiente a scartare i risultati a dispetto dell’alta
tecnologia usata.
I
coefficienti di diffusione apparente dei tre gruppi sono:
-
A (i non
fumatori che hanno detto di avere avuto poca esposizione) =
0.0184
-
B (i non
fumatori che hanno detto di avere avuto molta esposizione)
= 0.0201
-
C (i fumatori)
= 0.0327
Secondo
quanto dice lo studio stesso:
-
La differenza
tra C e A è statisticamente significativa; però:
-
La differenza
tra C e B non è statisticamente significativa.
-
La differenza
tra B e A non è statisticamente significativa.
In parole
semplici ciò significa che la differenza tra la diffusione dell’elio
nei polmoni di quelli che hanno detto di aver avuto poca esposizione
e la diffusione di quelli che hanno detto di avere avuto molta
esposizione è troppo piccola per avere alcun significato
(0.0184 e 0.0201).
Lo studio
quindi afferma che "i coefficienti di diffusione nei soggetti con
alta esposizione erano più variabili di quelli con bassa
esposizione, ma i valori medi erano simili“. Inoltre: "il
gruppo ad alta esposizione tendeva verso valori di coefficienti che
erano o più alti o più bassi di quelli del gruppo a bassa
esposizione", confermando ulteriormente che non c’era una differenza
significativa tra quelli che hanno dichiarato un’alta esposizione e
quelli che ne hanno dichiarato una bassa.
Ipotizziamo
adesso che le autocertificazioni dei non fumatori siano accurate. In
tal caso, se effettivamente il fumo passivo arrecasse danno ai
polmoni, si sarebbe notata una netta differenza nella diffusione
dell’elio tra non fumatori a bassa ed alta esposizione, indicando un
danno incrementale da esposizione incrementale. Invece i
risultati non hanno praticamente indicato differenza, dimostrandosi
in contraddizione con le osservazioni fatte su tutte le sostanze
veramente dannose, e cioè che il danno aumenta con l’esposizione.
Questo fatto, da solo, è sufficiente a mettere in questione o la
validità dello studio, oppure il postulato che il fumo passivo è una
minaccia alla salute pubblica,
come propagandato da La Stampa.
Ma i problemi
non finiscono qui. L’informazione disponibile non sembra riportare
differenze individuali tra i cinque fumatori – e ciò sarebbe un dato
importante, perché è possibile che alcuni dei fumatori abbiano
prodotto valori ADC simili a quelli dei non fumatori esposti al fumo
passivo.
Lo studio
conclude che “i nostri risultati
suggeriscono che gli effetti del fumo passivo nei
polmoni possano essere visti usando il “LTS GH3He diffusion MRI.”
[…] Gli effetti del fumo passivo nei polmoni possono essere
visti usando, su una scala di tempi estesi, una diffusione globale
di elio-3 iperpolarizzato con un sistema di immagine a risonanza
magnetica.
Paroloni difficili
a parte, tale conclusione non è possibile
perché lo studio non ha misurato i valori ADC immediatamente dopo
l’esposizione dei pazienti al fumo passivo. Conseguentemente le
misure ottenute possono riferirsi a moltissimi altri fattori
causali. Per citarne solo alcuni:
-
Genetica.
-
Malattie
respiratorie.
-
Dieta.
-
Ambiente di
lavoro.
-
Ambiente in
generale.
-
Allergie.
Ancora una
volta bisogna mettere l’enfasi sul fatto che esiste una miriade di
altri fattori che – da soli o in combinazione – sono ben note cause
di variabilità polmonare.
Inoltre,
quanto riportato nella documentazione disponibile si riferisce a
misure della durata di 1,54 secondi dopo l’inalazione di elio-3 e
quindi rappresenta una condizione istantanea invece di un
fenomeno integrato in un tempo sufficientemente rappresentativo.
L’estrema
variabilità riportata tra i pazienti dimostra che il loro esiguo
numero era insufficiente per trarre qualsiasi conclusione.
In
conclusione questo studio è un modo elaborato per giustificare
in nuova guisa le attribuzioni basate sul postulato
che il fumo passivo fa male ai non fumatori – una cosa mai
scientificamente dimostrata - e non certo dimostrata da questo
studio. In questo caso però la precisione dell’alta tecnologia
nasconde i soliti sforzi disperati per cercare di dimostrare
ideologia con la scienza allo stesso modo di certi esperimenti
“scientifici” dell’Unione Sovietica, che "dimostravano” che le
piante crescono belle e grosse quando esposte alle frequenze
musicali dell’Internazionale Socialista.
L’uso di
macchinario di alta precisione e alta tecnologia nasconde una
metodologia scadente e non-misure (come l’auto-dichiarata
esposizione dei non fumatori al fumo passivo) per fornire supporto e
una legittimità non meritata a un’agenda che, di nuovo, serve più
gli interessi politici e/o di ingegneria sociale di fanatici
salutisti antifumo e delle case farmaceutiche che quelli volti alla
scoperta della verità scientifica. |