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La meditazione per
Fenoglio, e poi Svevo e Palazzeschi - Scorretto per chi? Le boccate di
Sereni lunghe e meditate come i suoi versi, il fumo enigmatico di
Vittorini, l'endecasillabo di Pintor, le Macedonia di Bilenchi, le
dita gialle di Eugenio Montale
di Massimo Raffaelli, pubblicato da Il Manifesto il 7
Luglio 2004
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Reso politicamente scorretto
dall'isterismo e dalle truffe epidemiologiche della "salute
pubblica", il fumo è stato (ed è ancora) uno dei segni di
distinzione delle grandi menti Purtroppo, quelle piccole e
disoneste sono oggi in controllo delle istituzioni e dei
mass-media. |
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Giovanni Papini |
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Cesare Pavese |
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Eugenio Montale |
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Edoardo Sanguineti |
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Luglio 2004 - Scrivo fumando senza tregua è un endecasillabo
bellissimo e l'ha scritto una volta sul manifesto Luigi Pintor. Oggi
ritenuto politicamente scorretto e indifendibile, il fumo rimane
tuttavia nella letteratura italiana un'insegna del secolo che ci sta
alle spalle. Fumava Giovanni Papini, da matti, e affumicava insieme
con le lenti a culo di bicchiere tante pagine del proprio magistero
reazionario, come fumavano, e sapevano di fumo e nebbia i loro
personaggi, gli scrittori anni Trenta della fronda antifascista, ad
esempio Pavese, che nel fumo incubava enigmi esistenziali, anzi li
ruminava in un silenzio spasmodico, e poi l'Elio Vittorini di Uomini e
no, le cui nazionali sapevano in sogno d'arancia e limone, e infine
Romano Bilenchi, un nostro compagno che dietro al fumo delle Nazionali
strizzava gli occhi per pensare meglio, per alleviare ulteriormente la
pagina, per indovinare un interlocutore più fraterno.
Fumo e cenere, in allegoria, stanno dentro i testi della grande
tradizione poetica, da Eugenio Montale che ne aveva le dita gialle e
corrose, a Vittorio Sereni le cui boccate prima che smettesse
somigliavano ai suoi versi lunghi e meditati, quasi sospirati.
Umberto Saba fumava la pipa, volentieri morsicandola e peraltro
inebriandosi di fumo altrui nelle vecchie osterie, Giorgio Caproni
tirò a lungo dalle vecchie Macedonia ma nessuno forse ha fumato tante
sigarette quante ne ha fumate Edoardo Sanguineti nel tempo che passa
tra i suoi libri apicali, Laborintus ('56) e Postkarten ('78).
Due sono, comunque, e antipodi, gli emblemi novecenteschi del fumo: da
un lato quello iscritto nel celeberrimo capitolo terzo della Coscienza
di Zeno ('23) di Italo Svevo, sinonimo di coazione a ripetere e
inettitudine, mite schiavismo accettato alla stregua di una fatale
irresolutezza (perché Zeno proclama di liberarsene nel momento in cui
più disarmatamene vi soccombe).
Dall'altro le sigarette povere, carta e foglie le quali arrotolano
tabacco grezzo, che fumano i partigiani di Beppe Fenoglio, prima
durante e dopo ogni loro azione, vale a dire i Milton, i Nord, i
Johnny: non c'è foto superstite di Beppe Fenoglio in cui manchi la
sigaretta al lato della bocca, simbolo stesso del meditare e
intarsiare la prosa (e lui proprio di tale doppio accanimento morirà
quarantenne) così come non c'è sequenza del suo grande ciclo epico che
non preveda il fumare alla maniera di una cadenza esistenziale, e di
una necessaria introversione.
Nemmeno questo può essere un caso, in definitiva: pochi rammentano
infatti che il secolo da noi si era aperto con un libro all'insegna
del buffo, Il codice di Perelà (1911), a firma Aldo Palazzeschi, dove
appunto folleggiava un nipote degenere di Zarathustra, l'omino fatto
tutto quanto di fumo. Perelà amava le domande dei semplici e odiava le
risposte dei filistei, era la leggerezza anarchica di contro alla
pesantezza dei poteri costituiti. Dunque rappresentava la mitezza
antipode della brutalità. Nel suo niente era tutto, ovvero (e sia
detto dopo il ben altro fumo di Auschwitz e Hiroshima) avrebbe potuto
esserlo sul serio. |
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