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Un articolo pubblicato
online sull’European Heart Journal
ha concluso che il divieto di fumo in Italia ha portato a una
riduzione dell’11% dei ricoveri per infarto in Piemonte nei 5 mesi
seguenti alla sua istituzione.
Lo studio ha comparato il tasso di ricovero per infarto in
base all’età dei residenti in Piemonte durante il periodo di 5 mesi
da Febbraio a Giugno 2005 immediatamente dopo l’introduzione del
divieto di fumo (Gennaio 2005) con quello dello stesso periodo dei 4
anni precedenti. Il tasso considerava separatamente uomini e donne
e le persone in età superiore o inferiore ai 60 anni.
Tra coloro che hanno più di 60 anni c’era stato un piccolo
incremento (5%) nel periodo dal 2004 al 2005, per le persone sotto i
60 anni una diminuzione dell’11%.
Il tasso reale per anno e per sesso, nelle persone sotto i
60 anni era:
UOMINI
2001: 1.21
2002: 1.25
2003: 1.31
2004: 1.35
2005: 1.24
DONNE
2001: 0.22
2002: 0.22
2003: 0.19
2004: 0.24
2005: 0.19
Si è confrontato il tasso di ricoveri nei 3 mesi prima del
divieto di fumo (Ottobre-Dicembre 2005) con il tasso dello stesso
periodo dell’anno precedente. Per le persone di meno di 60 anni il
tasso è aumentato del 6%.
Lo studio conclude che il divieto di fumo ha prodotto una
diminuzione dell’11% del tasso di ricoveri in Piemonte.
Il resto della
storia
Questo è un esempio di ciò che io considero
scienza-spazzatura.
Isolare un periodo di 5 mesi durante l’anno seguente al
divieto di fumo, compararlo con lo stesso periodo di 5 mesi
dell’anno precedente, osservare una diminuzione nei ricoveri per
infarto e concludere che essa ne è stata l’effetto non è scienza
accurata. E’ piuttosto ciò che definirei pura speculazione.
Infatti questo è proprio il tipo di metodologia che noi del
controllo sul tabacco abbiamo attaccato come inaffidabile per quel
che riguarda gli effetti dei divieti di fumo sulla diminuzione degli
affari nei ristoranti.
L’industria del tabacco ha commissionato o finanziato studi
usando la stessa metodologia e ha trovato diminuzioni negli affari
dei ristoranti correlati al divieto di fumo, studi che sono stati
condannati dalle stesse organizzazioni anti-tabacco come
scienza-spazzatura. Non c’è motivo perché non dovremmo considerare
gli studi che usano la stessa metodologia alla stessa stregua, anche
se l’unica differenza è che le loro conclusioni sono favorevoli e
non contrarie alla nostra agenda.
Il grande problema di questo studio è che è impossibile
escludere la più semplice delle ipotesi alternative: che la
diminuzione osservata sia semplicemente dovuta alla variazione
casuale dei dati. In altre parole è molto probabile che il tasso
avrebbe potuto diminuire anche in assenza del divieto di fumo. E’
impossibile stabilirlo e impossibile anche dare un giudizio
ragionevole in assenza di ogni presentazione di tendenze secolari
soggiacenti per un periodo di tempo significativo e in assenza di un
gruppo di comparazione.
Un singolo punto non indica una tendenza e questo è il vero
errore fatale di questo studio. E’ molto probabile che il tasso di
ricoveri abbia semplicemente registrato un piccolo aumento nel 2005
e che nel 2006 tornerà ad abbassarsi. O che l’aumento nel 2005
rifletta semplicemente una tendenza generale della flessione degli
infarti durante lo stesso periodo e non sia specifico dell’Italia.
E’ assolutamente impossibile stabilirlo.
Se si guardano solo i dati si vedrà che le conclusioni che vi
sia un declino sostanziale degli infarti grazie al divieto di fumo
sono completamente infondate. In realtà se si fa un grafico dei dati
riguardanti le donne sotto i 60 anni si potrà vedere che il
diminuire dei ricoveri osservato nel 2005 è dovuto solo al fatto che
c’era stato un piccolo aumento nel 2004.
Se ci si basa sul tasso di ricoveri per infarto nelle donne
sotto i 60 anni in Piemonte, nel periodo febbraio-giugno degli anni
2001-2003, il tasso osservato per il 2005 dovrebbe essere stato
0.16. Invece era 0.19. Questo significa forse che il divieto di fumo
ha aumentato il tasso di infarti nelle donne piemontesi?
La verità è che il tasso di infarti osservato tra le donne
piemontesi, fino ai 60 anni, durante il periodo Febbraio-Giugno 2005
è esattamente lo stesso di quello dello stesso periodo del
2003. Ciò non si concilia bene con la conclusione che si sia
verificato un declino sostanziale degli infarti grazie al divieto di
fumo.
L’assenza totale di un gruppo di comparazione è un’altra
lacuna fatale. Semplicemente non si ha idea di quella che fosse la
tendenza generale secolare degli infarti dal 2004 al 2005
nell’intera regione. Ciò rende impossibile attribuire ogni declino
osservato nel tasso di ricoveri all’entrata in vigore del divieto di
fumare e non attribuirlo invece a una tendenza secolare che sarebbe
stata osservata in ogni caso, anche in assenza del divieto.
Ma l’aspetto più impressionante dello studio è che gli autori
si siano sentiti in dovere di stratificare i loro risultati per età.
Cosa che contrasta con ogni precedente studio su questo soggetto,
cosicché risulta piuttosto sorprendente trovarvi una tale
stratificazione.
Sfortunatamente, un’analisi più accurata dei dati ci fornisce
la ragione per la quale i dati abbiano dovuto venire stratificati.
Se si esamina il numero totale di ricoveri per infarto in Piemonte
durante il periodo preso in esame dallo studio, si osserva che ciò
che pare un aumento degli infarti, un aumento del 2%
dal Febbraio-Giugno 2004 al 2005, l’identico periodo di comparazione
usato per trarre la maggiore conclusione dello studio.
E’ possibile che nell’analisi originale dei dati lo studio
abbia osservato questo aumento del 2% e che l’idea di stratificare i
dati sia sopraggiunta solo dopo che era
fallito il tentativo di dimostrare un declino degli infarti
usando gli stessi metodi standard utilizzati dagli studi precedenti?
La questione principale, che non può essere cambiata dalla
manipolazione dei dati, è che usando gli stessi standard di analisi
usati dagli autori degli studi di Helena, Saskatoon e Pueblo,
lo studio del Piemonte ha dimostrato che
l’introduzione del divieto di fumo è coinciso con un aumento del 2%
degli infarti. Il numero di attacchi cardiaci dal
Febbraio al Giugno 2005 è aumentato da 3581 a 3655.
Lo studio suggerisce che il fatto che il declino degli
infarti sia stato osservato solo tra i minori di 60 anni è la prova
che la conclusione è valida. Ma se si stratifica abbastanza si
possono trovare senz’altro gruppi nei quali gli infarti sono
diminuiti. A mio avviso ciò indebolisce gravemente, piuttosto
che corroborare le conclusioni dello studio. Il fatto che i dati
abbiano dovuto essere manipolati in maniera molto maggiore di quanto
sia stato fatto negli studi precedenti, in modo da trovare ciò che
sembra essere l’effetto desiderato inficia gravemente le conclusioni
dello studio.
Mentre lo studio cerca di razionalizzare la scelta di
stratificare in base all’età nella supposizione che i giovani siano
maggiormente colpiti dal divieto di fumo, questa scelta non coincide
con le supposte conclusioni degli studi di Helena e Pueblo. Inoltre,
si può arrivare alla conclusione che se la riduzione di fumo passivo
causa una riduzione degli infarti, ciò dovrebbe verificarsi in
proporzione maggiore in soggetti affetti da malattie
arterio-coronarie gravi, per i quali un innesco minimo, come il fumo
passivo, potrebbe causare un trauma coronarico acuto. Ma questo tipo
di persone di solito è semmai più anziano o dovrebbe includere sia
persone anziane che giovani.
Un’altra stranezza della ricerca, che arriva anch’essa
inaspettata (mai fatta in nessuno studio precedente su questo
soggetto) è l’esclusione della maggior parte dei dati raccolti. La
comparazione di base che viene fatta consiste solo di dati del
periodo Febbraio-Giugno 2005 con gli stessi 5 mesi del 2004. Ma lo
studio ha raccolto i dati sugli infarti per il resto del 2005 e per
tutti i mesi dei 4 anni precedenti. Per quale motivo non sono stati
usati tutti questi dati per stabilire le tendenze stagionali e
secolari e le variazioni casuali e poi per esaminare l’andamento
completo degli infarti nel 2005?
Perché si dovrebbe saltare a conclusioni premature prima di
aver almeno osservato l’andamento di una anno intero?
Forse l’aspetto più interessante dello studio è la sua
conclusione che una riduzione dell’esposizione al fumo passivo tra i
non fumatori prodotta dal divieto di fumo possa causare una
riduzione dell’11% degli infarti, mentre gli effetti del divieto nel
ridurre il fumo attivo possa causare solo una riduzione del 0.7%.
Come ho già detto, ci si dovrebbe aspetterebbe che ogni
riduzione del fumo attivo grazie ai divieti porti a una sostanziale
riduzione degli infarti, maggiore di quella dovuta alla riduzione
dell’esposizione al fumo passivo (notare che fumare causa molti più
infarti che la sola esposizione). Così, ciò che lo studio dimostra
realmente è che ci si deve aspettare solo una piccolissima riduzione
degli infarti dopo un breve periodo dall’introduzione del divieto di
fumo.
C’è un’altra ragione per la quale credo che non ci si
dovrebbe aspettare un effetto drastico sugli infarti dalla riduzione
dell’esposizione al fumo passivo su un periodo di parecchi mesi. Per
avere un tale effetto si dovrebbe postulare che il fumo passivo
inneschi acute affezioni cardiache in soggetti con gravi malattie
arterio-coronarie, che sono in sostanza bombe a orologeria in attesa
di esplodere. In altre parole, il minimo danno al sistema è
sufficiente a innescare un attacco cardiaco.
Ma allora, se eliminiamo l’esposizione al fumo passivo,
queste persone sono lo stesso esposte a ogni altro minimo fattore
scatenante. Anche mangiare un pasto a alto contenuto di grassi causa
disfunzioni endoteliali e può portare a un infarto. E’ perciò
piuttosto difficile capire come la semplice eliminazione del fumo
passivo possa impedire che tali soggetti evitino un attacco
cardiaco.
Mi pare che ci stiamo preparando a incassare una grossa
batosta. Siamo arrivati a convincere il mondo che potremo dimostrare
che i divieti di fumo porteranno una drastica e immediata riduzione
degli infarti. Ma non credo che ciò sia possibile. Perciò quando
verranno condotti studi più accurati, che prendano in considerazione
periodi di tempo più lunghi, sarà molto probabile che questi effetti
non vengano riscontrati. Allora, la gente invece di capire che
semplicemente questi effetti non si possono ottenere subito penserà
che era tutta una grande truffa. Se usiamo questo come pietra
angolare per i nostri argomenti in favore dei divieti di fumo,
allora, quando la cosa si rivelerà falsa, tutto l’edificio crollerà.
Anche se sono stato molto critico nei confronti degli studi
di Helena e Pueblo, credo che lo studio sul Piemonte sia ampiamente
il più debole dei tre. Non c’è gruppo di comparazione, non c’è
analisi di tutti i dati disponibili, deve stratificare i dati per
ottenere l’effetto e usa effettivamente solo i dati dopo l’entrata
in vigore del divieto di fumo.
In sostanza lo studio osserva un aumento degli infarti da
3581 a 3655, un aumento del 2%, associato con l’entrata in vigore
del divieto di fumo. Così, per molti aspetti, in realtà ribalta
le conclusioni degli studi di Melena e Pueblo. Eppure i dati sono
manipolati in maniera tale da tentare di far credere che vi sia
stata una drastica riduzione degli infarti. Anche accettando la
manipolazione dei dati questa conclusione è completamente infondata.
Lo studio del Piemonte è un esempio di spazzatura scientifica
e per quanto a noi sostenitori del controllo del tabacco possano far
piacere le sue conclusioni, accettarlo ci renderebbe degli ipocriti,
distruggendo la nostra credibilità.
I gruppi antifumo e i ricercatori devono rigettare le
conclusioni di questo studio perché sia chiaro che abbiamo una certa
integrità scientifica e che anche se ci piacerebbe ottenere
risultati sorprendenti con le nostre iniziative, non diffonderemo
informazioni al pubblico per sostenere la nostra causa, se queste
non saranno basate su scienza attendibile. |