|
1°
febbraio di un anno qualunque
- Faceva davvero freddo, così XX, dopo una giornata di lavoro, entrò
nel solito bar, per godersi finalmente una fumante tazzina di caffè;
si sedette a un tavolino e si tolse il cappotto, in attesa che Afef,
la sua cameriera preferita, glielo servisse con qualche biscotto.
Stava già pregustando il suo caldo momento di relax, quando Afef, con
aria dispiaciuta, si avvicinò e le disse: “Signora, oggi è il 1°
febbraio.” “E allora?” chiese XX con una faccia un po’
stupida. “Il 1°febbraio 200…,! E’ entrata in vigore la legge
sull’aroma passivo nei locali pubblici. Già sapeva che qui non c’è
spazio per una sala bevitori di caffè, quindi sono costretta, mio
malgrado, a darle un bicchiere di plastica e invitarla a bere fuori.
Mi creda, non vorrei proprio, ma non posso fare altrimenti”.
“Già, è il
1°febbraio”
pensò XX, “sono scaduti i dodici mesi a disposizione dei gestori di
bar e ristoranti, per adeguare i locali: chi non ha la possibilità di
predisporre una saletta dotata di potenti aspiratori, dovrà esporre
sui muri la scritta: VIETATO BERE CAFFE’. I CONTRAVVENTORI
…etc. etc.”
Eccoli i
cartelli, XX non li aveva notati. Dignitosamente prese il suo
bicchiere di plastica e uscì dal bar, accompagnata dallo
sguardo triste di Afef che, anche se a malincuore, doveva rispettare
la legge.
Si appoggiò al
muro esterno del bar e iniziò a sorseggiare il suo caffè, ancora più
fumante data la temperatura esterna. Passò una madre che, tappando con
una mano naso e bocca del figlioletto, gli intimò: “Copriti! Quella
lì ci sta buttando addosso l’aroma di caffè” e, incurante del
figlio che stava soffocando sotto la sua amorevole stretta, apostrofò
XX: “Proprio qui deve venire a bere il caffè? Non vede che ci sono
dei bambini? Che gente! Oltre ad avvelenare se stessi, peggio per
loro, avvelenano anche gli altri con l’aroma passivo.
XX avrebbe
voluto dirle di andare da un’altra parte, che c’era prima lei, però
tacque; sapeva che da un po’ di tempo il caffè era diventato motivo di
risse collettive, divorzi, rotture definitive tra parenti e amici.
Passarono altre
persone e la guardarono con stupore misto a commiserazione, come se
pensassero: “Poveretta, quanto durerà ancora? Certo, alla sua età,
se ha cominciato da giovane…”
Dopo aver bevuto
in semiclandestinità il suo caffè, XX si incamminò verso casa,
ricordando con un po’ di nostalgia i vecchi tempi, quando offrire il
caffè ad un amico era un atto di cortesia, quasi un pretesto per fare
quattro chiacchiere; a tavola, dopo una bella mangiata, il caffè era
quasi un rito collettivo; tutti, o quasi, bevevano caffè; parecchi
mariti erano usciti di casa dicendo: “Cara, esco a prendere un caffè” e non erano più tornati.
Come erano cambiate le cose! Ma perché siamo arrivati a questo punto? XX
ripercorse la storia degli ultimi anni.
Tutto era
iniziato con una ricerca, naturalmente americana, che aveva dimostrato
come il caffè fosse dannoso per la salute, non solo per chi soffriva
di gastrite o di insonnia, questo lo si sapeva da un pezzo, ma
era anche responsabile di tutta una serie di altre patologie, dai
tumori all’unghia incarnita. I medici non avevano più problemi
nel trovare la causa delle malattie: “Ernia inguinale? Ovvio, beve
caffè!” … “Alluce valgo? Beve caffè!” … “Impotenza? Beve caffè!” …
“Scusi ,dottore,ma veramente io ho smesso 20 anni fa;” “Hmmm… ha
bevuto troppi caffè da giovane!”
Queste notizie,
amplificate dai media, avevano indotto parecchi bevitori di caffè a
smettere o, quanto meno, a ridurre le dosi. Le industrie
farmaceutiche, sempre attente alla salute collettiva, avevano invaso
il mercato con i cosiddetti “prodotti di cessazione”. All’inizio XX
aveva pensato che fossero dei lassativi, dato il nome, anche se le
sfuggiva il nesso col caffè, ma del resto, di parecchie altre cose le
sfuggiva il nesso col caffè. Poi, vedendo le pubblicità in TV e sui
giornali (Caffeinette, Caffeiderm, Caffetinelle) aveva capito che si
trattava di farmaci contenenti caffeina. Praticamente inutili, a
sentire alcuni suoi amici che avevano cercato di smettere. Erano stati
riciclati anche alcuni antidepressivi: sembrava che queste molecole,
non utilizzabili per le patologie per cui erano state create,
facessero passare la voglia di caffè. In alcuni casi erano stati
talmente efficaci che,
dopo 10 giorni di terapia, parecchie persone erano decedute. Ma
“…si sa, i bevitori di caffè sono di per sé persone malate, a rischio,
quindi la morte non è da attribuire al farmaco, ma alle condizioni
ovviamente precarie dei pazienti".(1)
XX non aveva mai
pensato di sostituire la caffeina del bar con la caffeina del
farmacista; aveva diminuito la dose giornaliera, lo beveva più
leggero, ma alle sue tre tazzine di caffè al giorno non poteva (o non
voleva) rinunciare. E come lei tanti altri, per cui il numero di
bevitori di caffè nel mondo era diminuito, ma non quanto si sperava.
Ed ecco, una
decina d’anni fa, la svolta…
Parecchi
ricercatori avevano cercato di dimostrare, senza successo, che il
“second hand coffee drinking”, (traduzione italiana più raffinata: “
l’aroma passivo”), era pericoloso per i non bevitori, finché l’Environment
Protection Agency (EPA) americana, utilizzando una meta-analisi, cioè
un’analisi su una trentina delle precedenti ricerche, ci riuscì. Da
quel momento in poi fu tutto un fiorire di pubblicazioni sulle più
prestigiose riviste internazionali, la TV almeno una volta al giorno
elencava i danni dell’esposizione all’aroma passivo, da più parti si
levavano le voci per tutelare i diritti dei non-bevitori-di-caffè, in
particolare dei più deboli: i bambini, le donne incinta, gli animali
domestici; qualcuno aveva suggerito anche gli extracomunitari, meglio
se bevitori di caffè.
Un primo
risultato fu l’estensione delle aree “coffee free”; poi, una
legislazione più rigorosa sul divieto di bere caffè. I vari Paesi del
mondo occidentale cercavano di superarsi a vicenda in originalità, per
cui se un Paese vietava di bere caffè al ristorante, un altro
vietava di berlo nei boschi, per motivi ecologici; la tazzina di caffè
era diventata bersaglio di aumenti di prezzo indiscriminati, ogni
legge finanziaria ricorreva ad una nuova tassa sul caffè per trovare
fondi per qualsiasi voce di spesa, dalle calamità naturali agli
aumenti contrattuali; in Italia l’ultima tassa sul caffè era servita a
finanziare l’ennesima ricerca sui danni del caffè: “cornuti e
razziati”, aveva pensato XX. |
|
Però il
risultato più vistoso fu un
aumento dell’intolleranza: l’aroma passivo sembrava quasi un
pretesto per regolare conti in sospeso:
in Canada un giudice aveva tolto la custodia dei figli ad una madre
bevitrice di caffè
(2); negli USA richiedeva a
gran voce una legge
per revocare la patria potestà ai genitori che bevevano caffè
(3);
sempre negli USA un ragazzo aveva
ucciso un altro ragazzo, colpevole di aver iniziato al caffè il
fratello minore
(4).
In Italia non si
era ancora giunti a simili livelli, noi siamo un popolo civile, siamo
più abili con le parole: sui pacchetti di caffè avevano fatto la loro
comparsa avvisi a caratteri cubitali: IL CAFFÈ UCCIDE, IL
CAFFÈ PROVOCA CANCRO MORTALE AI TALLONI, L’AROMA PASSIVO NUOCE
AI BAMBINI…, tanto che un fantasioso napoletano aveva messo in
commercio dei copripacchetti “antisfiga” che erano andati a ruba. Le
parole sono importanti e noi Italiani siamo capaci di cambiarne il
significato, per cui una parola, aroma, che prima era associata a
qualcosa di gradevole, ora aveva assunto una connotazione negativa.
Assorta nelle
sue riflessioni XX era arrivata a casa. Entrò nella camera di suo
figlio per salutarlo, ma lui, senza nemmeno alzare gli occhi dal
computer, annusò l’aria: “Hai bevuto caffè!Chiudi la porta, lo sai
che mi dà fastidio l’aroma”.
Lei, come al
solito, spruzzò nell’aria un po’ di deodorante e andò in bagno a
lavarsi i denti; la tristezza aveva lasciato il posto alla rabbia:
neanche in casa sua si sentiva libera di fare ciò che aveva sempre
fatto; forse doveva proprio farla finita col caffè, almeno per il
quieto vivere.
“E tutto per
colpa di quella ricerca dell’EPA. Già, quella ricerca…”
Improvvisamente le venne voglia di leggerla, forse avrebbe trovato la
forza di smettere.
Trovò su
Internet il sito dell’EPA e tanti altri siti che rimandavano a quella
famosa meta-ricerca di una decina d’anni fa’. Alla fine di una serata
trascorsa al computer, aveva le idee più chiare: si era spesso
domandata come fosse possibile che una meta-analisi su ricerche
fallimentari o contraddittorie, avesse ottenuto dei risultati così
vistosi da attribuire all’aroma passivo 3.000 morti l’anno negli USA e
da classificare l’aroma passivo come cancerogeno di classe A. Ora
l’aveva capito…
Usando uno stratagemma
(5), i ricercatori dell’EPA
erano riusciti ad ottenere un rischio relativo di 1.19, poca cosa, se
si tiene conto che un rischio relativo ha significato statistico solo
se è maggiore di 3; non solo, usando quel risultato poco
significativo, ancorché taroccato, avevano calcolato il rischio
attribuibile (6)
sull’intera popolazione, facendo un’estrapolazione scientificamente
azzardata.
Per questi ed
altri motivi, anni dopo
l’EPA fu condannata da un giudice federale
(7), costretta a cancellare
quasi tutti i capitoli della ricerca e a togliere l’aroma passivo
dalla lista dei cancerogeni di classe A.
“Eppure i
risultati di quella ricerca vengono tuttora considerati validi, non
solo dalla gente comune, ma anche dai medici, che forse non l’hanno
mai letta, e dai politici che se ne servono per legiferare in materia
di aroma passivo”,
stava pensando XX, mentre leggeva la sentenza della Corte Federale.
“E il numero
dei morti da aroma passivo sale continuamente secondo le necessità,
ultima cifra in Italia:4.000 all’anno su 57 milioni di abitanti; un
bel risultato se teniamo conto dei 3.000 degli USA su una popolazione
di 270 milioni di abitanti, con una percentuale di bevitori di caffè
praticamente identica! Ah, il potere dei numeri!”
XX aveva una sorta di diffidenza innata per le persone che giocano con
i numeri, perché capiva che potevano sfruttare la sua incompetenza,
sicuri che lei non avrebbe avuto neanche la capacità di controllare.
Quella sera si era presa la sua rivincita.
Leggendo qua e
là aveva trovato, su un numero recente di una nota rivista
scientifica inglese,
una pubblicazione di due scienziati
(8)
,che avevano seguito per più di 30 anni migliaia di coppie in cui la moglie, non bevitrice di caffè, aveva
inalato per anni l’aroma passivo del marito, senza che questo avesse
comportato un aumento di rischio statisticamente significativo per
cancro ai talloni o altre patologie.
“Strano, un
risultato così controcorrente, eppure non ne ha parlato nessuno”.
In effetti, la rivista che aveva osato pubblicare la ricerca, era
stata assalita con un furore religioso da parte dei suoi lettori,
quasi tutti medici, che avevano inviato al direttore messaggi deliranti; qualcuno aveva addirittura chiesto la sua testa.
XX stava
riflettendo su tutta l’enorme montatura. Andava avanti da anni, più o
meno da quando un medico le disse che suo figlio sarebbe nato
prematuro e sottopeso
(9)
(10), se lei non avesse smesso di bere caffè; è pur vero che
qualche dubbio le era venuto già allora: XY era nato con 11 giorni di
ritardo e pesava 4 chili. Ora si sentiva nello stesso tempo sollevata
e furibonda.
Ad un tratto
sentì la voce di suo figlio che la chiamava, urlando, dal soggiorno;
lei corse per vedere che cosa stava succedendo, lo trovò davanti alla
TV che gridava:
“Mamma, senti
che cosa dice la tele! Una ricerca americana ha appena dimostrato che
il cioccolato è cancerogeno, e dicono che questo è solo l’inizio, ne
sapremo delle belle; alcune case farmaceutiche hanno già messo sul
mercato dei cerotti al cacao!”
Poi, girandosi
verso di lei con aria severa:
“Se penso a
tutte le uova di Pasqua che mi hai fatto mangiare, fin da quando ero
piccolo…”
“Ma vaffan…”
lo
interruppe XX -- e andò in cucina a prepararsi un buon caffè. |
|