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Il gene p53 ha
il compito di impedire la proliferazione incontrollata della
cellula, bloccandone la riproduzione o innescandone il “suicidio”.
Mutazioni nel DNA del gene p53 possono inibire questa funzione di
controllo e si trovano nel 50/60% dei tessuti tumorali. L’International
Agency for Research on Cancer(IARC) ha costruito un database con le
più importanti mutazioni del p53 e i tumori ad esse correlati.
Nel 1996
Denissenko aveva esposto cellule coltivate”in vitro” e cellule
bronchiali ad una sostanza considerata cancerogena, contenuta
anche nel fumo di sigaretta:il benzopirene (o benzo(a)pirene).
Aveva quindi notato che, in seguito all’esposizione, alcuni
metaboliti (sottoprodotti) del benzopirene si legavano a 3
particolari siti del DNA del gene p53, e che questi siti
corrispondevano a quelli coinvolti nelle principali mutazioni del
p53, osservate nei tumori polmonari associati al fumo. Questo era
stato sufficiente per affermare che lo schema dei legami osservati,
era “il risultato di un diretto nesso eziologico tra un particolare
cancerogeno chimico e il cancro”. Ed era quindi la prova molecolare
che il fumo causa il cancro ai polmoni.
Questo lavoro fu pubblicato su Science.
RIFLESSIONI DI CARATTERE SCIENTIFICO
1) Il fatto
che il benzopirene si leghi a quei particolari siti, non dimostra
che proprio quei siti saranno sede di future mutazioni (anche se il
sospetto è legittimo).
2) Se le
mutazioni del p53 fossero la causa del cancro, dovrebbero trovarsi
in tutti i cancri e non solo nel 50-60% . Inoltre c’è chi sostiene
che ne siano addirittura l’effetto, perché in alcuni casi si
sviluppano solo in un secondo tempo, in fase molto più avanzata, e
le cellule che partono dal tumore primario per formare le prime
metastasi, raramente contengono mutazioni del p53. Vedere
http://www.pnas.org/cgi/content/full/96/12/6942
3)Supponiamo
però che le conclusioni di Denissenko siano corrette, cioè che il
benzopirene inneschi il processo tumorale operando delle mutazioni
nel gene p53, e che lo schema sia uguale a quello osservato nei
tumori al polmone dei fumatori: anche se così fosse ciò
dimostrerebbe che è un cancerogeno, cosa già nota. Il benzopirene
non è un composto esclusivo del fumo di tabacco, infatti è un
prodotto della combustione per riscaldamento o per autotrazione, si
trova nello smog, nell’asfalto , nella carne o pesce alla griglia e
nei cibi affumicati. Per intenderci, non può essere usato come
marcatore di cancro da fumo. Vedere
http://www.med.unibs.it/~rusnati/1s/tsld022.html
Dopo questa
premessa scientifica, un po’ datata, la “ricerca” di Glantz pesca a
piene mani nei documenti non più riservati dell’industria del
tabacco. Ne vengono visionati parecchie migliaia, e selezionati 43,
quelli che sembrano più appropriati a mettere in luce come
l’industria del tabacco abbia incaricato e pagato dei ricercatori,
perché pubblicassero su autorevoli giornali il loro dissenso dalle
conclusioni di Denissenko e dai database dell’IARC, e questi
l’avevano fatto senza dichiarare il conflitto d’interesse.
RIFLESSIONI DI CARATTERE ETICO
1) L’obbligo
di dichiarare il conflitto di interesse per poter pubblicare, risale
al 2001 (questo lo ammette anche Glantz), data in cui la maggior
parte dei lavori da lui citati, era già stata pubblicata. L’unico
che di fatto, anche dopo quella data, aveva continuato ad occultare
i suoi legami con l’industria del tabacco, secondo Glantz, era un
editore di un importante giornale.
2) Glantz e
gli altri autori della “ ricerca”, dichiarano di non avere nessun
conflitto di interesse! (già il fatto di essere antifumo è un
conflitto d’interesse, per non parlare del resto come, per esempio,
la sua stretta associazione con l’industria farmaceutica).
3) Le
industrie del tabacco, così come quelle della salute, non sono
organizzazioni di boy scout, non ha senso classificarle come “buone”
o “cattive” . Come tutte le grandi corporation, hanno come unico
scopo, per statuto, quello di massimizzare i profitti degli
azionisti .Nei loro bilanci c’è una voce, che si chiama
“esternalizzazione dei costi”, che consiste nel calcolare
preventivamente i danni da risarcimento per eventuali cause legali,
legate a un loro prodotto potenzialmente pericoloso. Se i profitti
derivanti dalla vendita del prodotto superano i danni da eventuali
rimborsi, il prodotto resta comunque sul mercato. E’ quello che
succede nelle industrie farmaceutiche:un farmaco viene ritirato NON
quando si scopre che è pericoloso per la salute, ma nel momento in
cui si calcola che i danni economici da risarcimento potrebbero
superare i profitti. I conflitti di interesse nell’industria
farmaceutica sono ben più pesanti di quelli dell’industria del
tabacco, perché tantissimi ricercatori e medici sono azionisti, a
volte proprietari , dell’industria che commercializza proprio il
farmaco che è oggetto della loro ricerca. Eppure non si
scandalizza nessuno. Come mai?
4) Se una
ricerca è scientificamente rigorosa e porta a dei risultati
verificabili e ripetibili da qualunque altro ricercatore, non
dovrebbe avere importanza da chi è finanziata... in teoria. Nella
pratica di questi ultimi anni, sappiamo che la ricerca libera da
condizionamenti è sempre più rara e da qualunque parte venga,
dobbiamo chiederci: cui prodest? E’ triste, ma queste sono le regole
di un mondo senza regole.
RIFLESSIONI FINALI
In definitiva
la “ricerca” di Glantz non dice niente di nuovo e non si capisce
come mai abbia avuto tanta risonanza sulla stampa (o forse era il
momento giusto?):
1)
cita un lavoro, quello di Denissenko, vecchio di quasi 10 anni;
2)
mette in luce legami tra industria e scienziati, che sono sotto gli
occhi di tutti, e avvengono in qualunque settore;
3)
sfrutta l’occasione, per suggerire di utilizzare le mutazioni in
quei particolari siti del gene p53 per cause legali , anche
riguardanti il fumo passivo.
4)
MA CHI E’ ‘STO GLANTZ, UNO DEL CODACONS?
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