Recensioni

Conversione - Una storia personale - Leonardo Mondadori, Vittorio Messori.

Recensione di Alberto Mingardi
Recensione di Carlo Stagnaro


Alberto Mondini
Kankropoli - La mafia del cancro

Se pensate che l'establishment sanitario stia lavorando "per il nostro bene", questo libro vi farà cambiare idea, specialmente per quanto concerne il cancro.

Ampiamente documentato, di facile lettura e senza terminologia "complicata", uno dei pregi di questo libro è che parla chiaro, e senza mezzi termini, della spaventosa corruzione dell'industria anticancro o, meglio ancora, di quell'industria che non vuole che si trovino cure efficaci.

Cliché? Formula logora di sensazionalismo? Niente affatto. I colossali interessi della case farmaceutiche e dei "baroni" della medicina, che sul mistero del cancro sono tanto ignoranti quanto un medico condotto, traggono dalle "cure" del cancro decine di migliaia di miliardi l'anno, mentre puntano il dito contro "cause" mai provate come il fumo, l'elettromagnetismo, varie sostanze chimiche e così via, per confondere le idee del pubblico e coprire cinquant'anni di risonanti fallimenti.

Kankropoli è un libro che ci aiuta a capire a che livello la sanità pubblica sia caduta. Vediamone solo alcuni passaggi.


    CIDAS (a cura di), L'insopportabile peso dello Stato, Leonardo Facco Editore, Treviglio (BG), 2000, pp.244, lire 25.000 (il volume può essere ordinato direttamente all'editore: leofacco@tin.it o n. tel. 0335-8280280).

I volumi collettanei, le raccolte di saggi di diversi autori, gli atti di un convegno sono visti dai lettori con cordiale diffidenza. Il perché è presto detto: anzitutto si sono fatte, negli anni, molte centinaia di convegni inutili, e stampati altrettanti libri pretestuosi. Poi si presume che, in occasioni simili, difficilmente un autore-relatore possa dare il meglio di sé. Questo volume del CIDAS su L'insostenibile peso dello Stato, che riproduce gli interventi dell'ultimo meeting organizzato dai liberali torinesi del Centro Italiano Documentazione Azione Studi, è però una piacevole eccezione. Numerosi, infatti, sono gli spunti per riflettere e pensare che sono disseminati nel poderoso volume edito dalla Leonardo Facco Editore.

A cominciare dalla bella testimonianza di Sergio Ricossa ("Al di là del liberismo"), che del libro e di chi l'ha scritto è un po' il manifesto. Ricossa rilancia con fierezza il valore di un "anticomunismo viscerale" che
non scivoli però né in un conservatorismo a senso unico, né in un blando liberalismo di stampo einaudiano. L'economista torinese è da qualche tempo diventato il primus-inter-pares dei "pazzi libertari, fieri della propria follia". Che consiste in nient'altro se non in questo: "Noi non siamo al governo e mai ci saremo. Siamo contro il potere politico, ogni potere politico. Non abbiamo un governo-ombra, non abbiamo un programma di governo alternativo. Noi abbaiamo contro ogni governo". Tanto una pazzia, insomma, non è: potrà sembrarlo, semmai, agli "onorati servitori dello Stato" che vivono per tassare, vietare, regolamentare.

Sono molti i contributi internazionali interessanti e di rilievo. Fra cui quello di Pascal Salin, economista francese, editorialista de Le Figaro e autore di un recente volume in cui compie una straordinaria reinterpretazione – in chiave libertaria e rothbardiana - della teoria liberale (Libéralisme). "Dobbiamo sapere e proclamare", annuncia Salin, "che lo Stato è nostro nemico, non dobbiamo esitare a ripetere senza sosta che lo Stato non è un buon produttore di regole e che esso è solamente, secondo Bastiat, questa grande finzione per la quale ciascuno cerca di vivere alle spese degli altri".

Il volume, insomma, è tutto un inno alle libertà dell'individuo e contro l'invadenza oppressiva dello Stato. Perché solo l'Uomo, solo il singolo, pensa, solo il singolo agisce. "E solo lui è responsabile, perché le responsabilità sono di rigore individuali", puntualizza Alain Laurent, filosofo francese di orientamento
"randiano", seguace cioè di Ayn Rand, romanziera e pensatrice di origine russa (al secolo Alyssia Resenbaum) che in molte opere ha cantato le virtù dell'egoismo ed è stata a lungo baluardo del laissez faire in un'America sinistreggiante.

Questa raccolta di interventi su L'insopportabile peso dello Stato si propone allora come un efficace breviario del pensiero libertario, non senza qualche contributo che un poco stona e puzza di velleità compromissorie. Ma poco male: i libertari sono abituati al confronto. Ed allo scontro, s'intende: come Guglielmo Piombini, che da politologo ultra-liberista non ha paura di mettere sotto accusa il rapporto di connivenza fra Grande impresa e Potere, andando a ripescare addirittura certi "socialisti liberisti" dimenticati di primo Novecento, che pure sapevano sognare e ragionare.

O anche come Carlo Lottieri, cui non manca la lucidità per evidenziare la "storicità" dello Stato. Non è affatto vero, insomma, che esso sia come il sole, che invariabilmente sorge e tramonta. Semmai è un incidente di percorso della modernità, un'istituzione sorta al termine dell'età medievale (per iniziativa di sovrani ambiziosi e teorici compiacenti: da Bodin a Hobbes), un sentiero buio – comunque – da cui si può uscire e da cui la globalizzazione dei mercati contemporanei sta già segnando, in qualche modo, il declino.

Tuttavia, non si deve intendere il libertarismo come una dottrina politica che pensa solo a distruggere i falsi dogmi dei nostri tempi. Certo, lo fa. Ma ha anche una "pars costruens" robusta ed affascinante. Che ha visto una parziale realizzazione storica in quella "Repubblica dei diritti naturali", la vecchia America dei Founding Fathers, cui Luigi Marco Bassani dedica un saggio molto bello e approfondito,
"Sovranità e giusnaturalismo: come si esce dalle rivoluzioni". L'alternativa viene descritta in modo chiaro: da un lato vi è la via americana (pace, prosperità e libertà), mentre dall'altra vi è quella lunga teoria di conflitti, miserie e schiavitù che accompagnano il giacobinismo. Si tratta di un'opposizione di tutti dovremmo essere a conoscenza, specialmente in un Paese come il nostro, che di una rivoluzione senza violenza e senza nuovi "eroi" ha tanto bisogno. Magari la farà.


A. M.


CARLO STAGNARO e DAVID B. KOPEL
Io sparo che me la cavo
Leonardo facco editore


L'America è un "paese violento". Sarà vero sarà falso, ma i rossi e i rosé di casa nostra l'hanno ripetuto fino alla nausea, e ci hanno convinto (quasi) tutti. Perché sarebbe "violenta", è presto detto: colpa di due norme barbare, la pena di morte che vige ancora in qualche stato, e il libero porto d'armi di cui tutti i cittadini possono beneficiare.
Roba da Medioevo? Mica tanto, sostiene "Io sparo che me la cavo", libretto bianco dato alle stampe dalla Leonardo Facco Editore di Bergamo (lo si può comprare solo su Internet, all'indirizzo www.libertari.org, oppure chiamando lo 0335-80.822.80). Gli autori sono un americano e un genovese, il primo è David Kopel, direttore dell'Independence Institute del Colorado (un istituto di ricerca di area conservatrice), il secondo Carlo Stagnaro, maitre-à-penser dell'ala secessionista della Lega. Assieme a loro, firmano il volumetto Paul Blackman, autore della prefazione, che è un "boss" della National Rifle Association (gli armaioli americani) e Paolo Tagini, che ha scritto la postfazione ed è vicedirettore di "Armi magazine" (gli armaioli italiani).
Il libro parte da un paio di luoghi comuni (le scuole statunitense messe a ferro e fuoco dai baby-pistoleri, l'incidenza del divieto di girare armati sul crimine), per rivoltarli come calzini a suon di dati e tabelle. Anzitutto: le armi sono proibite con il classico pretesto che, se non lo fossero, per i criminali sarebbe facilissimo procurarsele. Di fatto, però, ladri e assassini non fanno mai fatica ad acquistare una rivoltella, mentre limitare il porto d'armi (che non vuol dire necessariamente di pistole) significa togliere al cittadino comune, e onesto, la possibilità di difendersi.
Parlano i numeri: Washington, capitale statunitense, è una città dove negozi d'armi non ce ne sono, perché non se ne possono comprare. Il tasso di omicidi è di 80,6 ogni 100.000 abitanti. Indianapolis è una città di dimensioni simili, e ogni 100.000 persona ne vengono uccise 9. Vuol dire 71 in meno.
La domanda sorge spontanea: ma cosa scatta in un malintenzionato che si trovi davanti, anziché un passante sprovveduto, uno pronto a rispondere alle sue provocazioni? Per una donna che non opponga resistenza, il rischio di subire una violenza è due volte e mezzo più grande che nel caso sia armata. Per un uomo, una volta e mezzo.
Di più: i sondaggi suggeriscono che nel 98% (novantotto per cento) dei casi è sufficiente che la vittima brandisca una pistola per far scendere il criminale a più miti consigli. Senza negare la validità di questi dati, però, si potrebbe sostenere che meglio sarebbe, anziché lasciare il potere di sparare (dunque di feriire e uccidere) nelle mani dei singoli cittadini, affidarsi a gruppi di volontari con una chiara funzione "deterrente". Ce ne sono a New York come anche a Milano, i cosiddetti "City Angels", la camicie rosse che presidiano i quartieri a rischio e danno una mano a chi ha bisogno. Stagnaro li chiama "i buoni samaritani", mettendo assieme questi volonterosi a quei comuni cittadini, che per incoscienza o coraggio, ogni tanto finiscono per sventare un crimine e salvare il vicino di casa. L'81% di questi tentativi, quelli che hanno successo s'intende, è opera di persone armate.
Chissà perché la sinistra se la prende tanto, allora, con queste benedette pistole, se davvero aiutano a ripulire le strade e mantengono al sicuro le famiglie. Aspetta aspetta, forse un motivo c'è. Emerge chiaramente dallo stesso saggio di Stagnaro: i civili armati, in America, hanno ucciso catturato, ferito o se non altro allontanato il 75% dei loro aggressori in caso di scontro violento. La polizia "garantista" appena il 61%. Vuol dire che un buon quattordici per cento dei criminali, se ci si affida alla polizia soltanto, possono squagliarsela e restare a piede libero. E sotto elezioni, si sa, tutto fa brodo.

Alberto Mingardi


CARLO LOTTIERI
Denaro e comunità
Alfredo Guida Editore, Napoli, maggio 2000, pp. 168, £. 19500.

Guglielmo Piombini

"Denaro e comunità" di Carlo Lottieri rappresenta un vero e proprio Manifesto del libertarismo comunitario. Già nel titolo, in cui vengono messe in relazione tra loro due entità che la tradizione sociologica, da Toennies in poi, ha trattato spesso come inconciliabili, l’autore si pone l’obiettivo di dimostrare che le critiche alla società di mercato degli anti-individualisti si fondono in realtà su una visione limitata del processo di scambio. Il mercato, infatti, è qualcosa di infinitamente più ampio dell’insieme dei rapporti d’affari che intercorrono tra soggetti motivati dalla ricerca del profitto. Relazione di mercato è qualsiasi rapporto volontario e liberamente accettato, non necessariamente confinabile nella sfera dei comportamenti utilitaristici, come il dono, la fraternità, il mutuo soccorso, la condivisione di beni e servizi di ogni genere.
 

In questo senso è perfettamente lecito affermare che il mercato è comunità, e che le relazioni comunitarie più ricche e genuine nascono solo all’interno del mercato. Vi sono infatti potenti ragioni psicologiche ed economiche, spiega l'autore, che inducono gli uomini a costituire comunità calde e personali anche all’interno della più vasta e impersonale società di mercato. Questa incapacità di cogliere l’importanza delle comunità volontarie è evidente in alcuni filoni culturali antiliberali, quali quelle dei comunitaristi americani (i vari McIntyre, Etzioni, Sandel, Taylor), i quali, proprio partendo da una concezione banalmente riduttiva ed economicistica del mercato, hanno finito per relegare il concetto di comunità entro ambiti inaccettabilmente coercitivi e statalistici.
 

Oltre ai communitarians, il secondo obiettivo polemico di Lottieri è il Welfare State socialdemocratico, che, pretendendo di sostituirsi alle famiglie e alle comunità nello svolgimento delle loro tradizionali funzioni assistenziali, ha finito col distruggere le ricche istituzioni solidaristiche sorte all’interno dalla società civile: basti pensare che ancora nell’America degli anni ’20, prima dell’avvento del Welfare, il 30% della popolazione adulta maschile faceva parte di una qualche società caritatevole o di mutuo soccorso. Anche le stesse iniziative mirate alla tutela della famiglia - quali gli aiuti alle lavoratrici madri e l’apertura di asili-nido pubblici – hanno portato, per la nota legge della conseguenze inintenzionali, a risultati opposti a quelli desiderati.
 

Infine, una frecciata polemica viene indirizzata ad una certa interpretazione "egoistica" del libertarismo, risalente ad Ayn Rand e al primo Walter Block, intesa non solo a condannare la solidarietà imposta (come è giusto che sia), ma anche a sconsigliare quella volontaria: rischiando però di fornire facili argomenti agli avversari. In questo modo, Lottieri è riuscito brillantemente a porre le basi teoriche di un libertarismo altruista e comunitario, capace di respingere con efficacia le accuse di atomismo, solipsismo, materialismo, edonismo, o economicismo, che ripetutamente sia la destra che la sinistra hanno lanciato contro il liberalismo integrale.
 

Con questa riflessione sul ruolo sociale del denaro e sul rapporto tra libertà di mercato e comunità volontarie, l'autore offre un'aperta difesa dei diritti individuali. La tesi al centro di questo volume è che soltanto entro una società libera, la quale riconosca l'inviolabilità dei diritti di proprietà, è possibile assistere alla nascita e allo sviluppo di autentiche comunità, sorte dal basso e per iniziativa dei singoli. Non è affatto vero, d'altra parte, che queste ultime siano incompatibili con il mercato, né tanto meno che la società liberale metta in discussione la possibilità stessa di spazi comunitari e familiari.
Volto ad esaminare il rapporto tra la filosofia giuridica liberale e la moderna tradizione sociologica, il presente volume pone al centro della propria attenzione le relazioni interpersonali che hanno luogo in una società di mercato, così come è stata immaginata da quegli autori liberali che hanno messo in discussione i sistemi politici statizzati dell’età contemporanea, giungendo a prefigurare società integralmente fondate sul diritto di proprietà e sulla libertà contrattuale.
Nel primo testo - che svolge la funzione di pars destruens - viene analizzato il modo in cui il denaro è stato spesso esaminato all’interno della sociologia moderna. Riflettendo in particolare su Tönnies e di Simmel, l’autore contestata la fondatezza di quelle ricerche che hanno contrapposto in modo del tutto artificioso la socialità autoritaria della Gemeinschaft e la libertà asociale della Gesellschaft, finendo per identificare la società di mercato e l’ordine giuridico statuale, il liberalismo e la modernità.
L’altra sezione del libro - pars construens - prospetta invece una teoria non coercitiva della comunità, e quindi compatibile con il rispetto della persona e della proprietà privata (da intendersi quale limite morale, e quindi quale frontiera che definisce i confini giuridici della nostra libertà d’azione). Vengono qui messe in evidenza le ragioni ultime che possono favorire lo sviluppo di relazioni sottratte ad ogni costrizione, ad ogni pianificazione sociale e ad ogni violenza, insieme ai motivi che si trovano all'origine della crisi profonda dei sistemi politici contemporanei.