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14 Gennaio 2004 -
I liberali, eccezion fatta per quelli della variante pantofolaia e
parruccona, naso arricciato e orologio nel taschino, hanno il gusto
della civetteria della parola, la provocazione puntuta, le balene in
vendita, la scuola libera e la droga pure. Il liberalismo, ha spiegato
Sergio Ricossa nello splendido solfeggio del suo italiano all'inglese,
luccicante e liscio come una tavola da surf, è gioia di vivere, Adam
Smith s'è accomiatato dalla vita con un brindisi. Ma nella fusione
armonica tra teoria e battuta, nella filosofia che diventa satira e
dileggio, c'è tutta la disperazione di chi vive in un mondo senza
evasione possibile, di chi avverte con malcelato imbarazzo che il suo
pacatissimo buon senso è accampato alla periferia estrema del senso
comune. Il nuovo libro di Antonio Martino, Semplicemente liberale,
presto in libreria per Liberilibri e che abbiamo letto in anteprima,
non fa eccezione. Si snoda lungo sette saggi scritti negli ultimi
dieci anni, anni rubati allo studio e messi al servizio di una
passione politica sincera, con alterne fortune. Martino, economista di
fama, non è mai stato un “tecnico”, non si è nascosto dietro un prof
punto, non ha mai fatto della professione un'armatura. Un po' è il
temperamento messinese. E un po' è che il liberalismo è una filosofia
da barricata, è una missione, è la battaglia o l'harakiri. Rothbard,
teorico purissimo ma col sorriso sulle labbra e il vizio dell'azione,
ha scritto che il difetto dei liberali è stato, storicamente, di
dedicare il novanta per cento del tempo al balletto delle idee, e
appena il dieci alla predicazione nel tempio e nel sinedrio. Ammirate
le vittorie dei marxisti, aggiungeva, conquistate invertendo le
proporzioni. Non stupisce che i liberisti fin de siècle abbiano scelto
sovente di sporcarsi le mani, pungolati dall'esempio luminoso del
thatcherismo. Miraggi sbiaditi.
Il libro di Martino non è un diario di governo e non è nemmeno
l'abbozzo di un programma. E' serenamente altro rispetto alla politica
italiana.
Il ministro dovrebbe stringere la mano al collega Sirchia, esibire un
sorriso affettato, la solidarietà della bandiera. Il liberale parla di
«paternalismo statalistico». «La legge deve proteggere i singoli dalla
violenza degli altri, non da se stessi».
Il ministro, del resto, dovrebbe pure congratularsi col collega Fini,
deciso a spezzare le reni alla coca e convinto che San Patrignano sarà
l'Ucciardone degli assassini della morale pubblica. Ma «la
liberalizzazione della droga scoraggerebbe l'uso intensivo della
sostanza e probabilmente spingerebbe i produttori ad individuarne usi
meno nocivi».
Il capitolo più autentico e suo del libro di Martino è il sesto, quasi
nascosto da un titolo disarmato: «Una modesta proposta». L'autore si
schermisce, procedendo per paradossi. L'ipertrofia legislativa,
argomenta, genera leggi inutili se non dannose, e si regge su un
ingombrante castello d'incentivi. «Dobbiamo scoraggiare il “votificio”.
Basterebbe che, invece di punire chi non vota riducendogli la diaria,
si stabilisse che per ogni voto il parlamentare debba versare alle
casse della Camera di tasca propria, diciamo, 50 euro». Così facendo,
«i deputati si asterrebbero dal votare su provvedimenti insignificanti
o di dubbia utilità e, quindi, venendo meno il numero legale, essi non
potrebbero essere approvati».
Poi il ministro affila la lama. Elezioni e crescita della spesa
pubblica, spiega, sono legate da un circolo vizioso. Nell'agire
democratico, s'annida per definizione il virus clientelare. Allora,
«una misura che eliminerebbe il potere dei partiti, l'utilizzo della
spesa pubblica come strumento di acquisizione del consenso, e che
ridurrebbe drasticamente la corruzione, è costituita dall'abolizione
delle elezioni, affidando la scelta dei rappresentanti politici al
sorteggio». I parlamentari, suggerisce Martino, rappresenterebbero
meglio il variegato mosaico della società. Sarebbero meno “esperti”?
Siamo reduci da un secolo di politica professionistica, ed è stato un
secolo di sangue. Si perderebbe il diritto di voto? Pure la democrazia
ateniese si reggeva sul sorteggio. Si dice sia stato Franklin a
tratteggiare la democrazia come «due lupi e un agnello che votano su
cosa mangiare per cena». Affidiamoci al sorteggio, esorta Martino tra
il serio e il faceto. Sia pure modesta e sbilenca, è una proposta che
lascia all'agnello una probabilità su tre di arrivare al mattino.
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