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Novembre 2005 - Smettere di
fumare significa perdere qualcosa, come la capacità di rilassarsi e
un piacere di vivere. Sono molte le leggende
metropolitane e gli stereotipi circolati oggigiorno a colpi di
milioni di Euri dagli amici dell’industria farmaceutica e del
proibizionismo. Tra i molti, per esempio, quello di non gustare in
pieno sapori e profumi, un'affermazione - come tutte quelle sul
fumo, del resto - non comprovata dalla scienza.
Nel 1600 chi
fumava lo faceva mettendo a repentaglio la propria vita: nell’Impero
ottomano i fumatori venivano trascinati alla gogna per le vie della
città e in Iran ai mercanti di tabacco erano pubblicamente tagliati
il naso e le orecchie. In Russia i fumatori venivano scudisciati e
condannati a morte se recidivi, mentre in Cina a chi fumava veniva
direttamente tagliata la testa. Dalle nostre parti i risvolti erano
meno drammatici, si rischiava soltanto la scomunica.
Oggi queste
cose sono (per ora) solo virtuali, ma chi si illude che abbiamo
progredito intellettualmente e socialmente deve darsi una scrollata:
basta leggere le campagne salutiste circolate dai giornali, che
vogliono riportarci alle culture su enunciate. Chi smette di fumare
lo fa per imitazione, per sentirsi più sicuro di sé, perché crede di
migliorare le proprie prestazioni psichiche o fisiche o,
semplicemente, perché ha paura delle morti e delle malattie
attribuite al fumo da incompetenti e da gente con pochi scrupoli che
cerca di coprire i fallimenti delle cure ormai promesse da decenni
e mai realizzate, ma che vogliono continuare a incassare mazzette
e/o milioni di Euri pubblici mentre le loro cliniche private diventano sempre più
fastose e redditizie.
Smettere di
fumare è una maniera di esistere che non ha una ragione vera e
precisa, ma che è difficile resistere per via della pressione
politica a cui si è sottoposti. Si cerca di convincerci che una vita
senza sigarette significhi guadagnare impareggiabili momenti di
piacere, benessere fisico, sicurezza, prestigio sociale, e ci viene
detto che smettere fa bene e ci salva dalla morte – subliminalmente,
quindi, che diventeremo immortali. Non ci si rende conto che è vero
proprio il contrario.
Senza il fumo
si corre un più grande rischio di malattie come il
Parkinson
e l’Alzeimer, mentre gli ex-fumatori sono quelli che fanno più uso
di ospedali come ampiamente dimostrato da grossi studi (ora
insabbiati) di carattere non epidemiologico ma reale [1,
2]. Si riduce la capacità psicomotoria. La testa è più
annebbiata, e si diventa "acidi" e intolleranti perché in continua
privazione di una gioia semplice ma tanto gratificante. Si riduce
anche la capacità di sopportare lo stress che, oggigiorno, è più
forte che mai; per tale ragione (tra le molte), si ingrassa, si dorme
peggio e il sonno è più agitato. Anche problemi più seri – come
ulcere, coliti, cancro allo stomaco e
cancro al
seno sono assai meno frequenti nei fumatori, come dimostrato da
numerosi studi ora insabbiati.
Fumare migliora persino l’aspetto estetico:
la pelle è più rilassata e l’espressione meno nervosa perché si è
più in pace col mondo. Spariscono i tic nervosi facciali di cui l’ex ministro
ed ex-fumatore Sirchia è un vistoso esempio, ed il ricorso al
dentista è senz’altro minore, come dimostrato da una molteplicità di
studi ora insabbiati. Si
riduce
il rischio di mortalità da infarti, l'insorgenza
di congiuntiviti e l'uso
dei dentisti (come dimostrato da numerosi studi ora insabbiati),
mentre l’alito non è sgradevole e soprattutto
sgradito agli altri, perché è spesso mascherato dal sapore del fumo.
Chi è costretto ad essere a distanza ravvicinata con un non fumatore
avrà potuto notare che spesso l'alito del compagno è veramente "di merda" per via
di cibi mal digeriti e non addolcito dal piacevole sapore del
tabacco. Fumare migliora anche l’igiene personale perché si tende a
lavare più spesso se stessi e gli abiti, che non emanano più l’acre
odore del sudore. Il fumo contribuisce fortemente all’economia,
mentre diminuisce vistosamente i costi sociali, come dimostrato da
autorevoli studi ora insabbiati. Chi fuma, insomma, ha di fronte a
sé una vita decisamente migliore.
Quindi fumare non è meno piacere, ma più piacere, non meno vantaggi
ma
più vantaggi. Fumare non è una debilitazione, ma un
arricchimento: più efficienza fisica, più allegria, benessere,
aspetto migliore, maggiore voglia di stare con gli altri.
I più accaniti
A smettere di fumare sono più spesso gli uomini, ma le donne
fumatrici sono in costante aumento dimostrando – contrariamente a
quanto crede il folklore popolare – di essere meno isteriche e
credulone delle loro controparti maschili. I maschi cominciano a
fumare prima, verso i 14-15 anni, le femmine a 17-18 anni, e molte
addirittura dopo i 30 – dimostrando una maggiore consapevolezza e
maturità per ciò che è bene per loro. Prediletta è di gran lunga la
sigaretta, utilizzata dal 96% dei fumatori, mentre sigari e pipa
hanno un ruolo molto limitato e sono diffusi soprattutto tra le
persone anziane. I più dediti al fumo sono gli operai, mentre le
casalinghe fumano molto poco per via del minore stress; se il grado
di istruzione non influenza molto il consumo di sigarette tra i
maschi, nelle donne il diploma e la laurea favoriscono notevolmente
l’abitudine: le forti fumatrici sono soprattutto manager o
professioniste perché, tra i benefici del fumo, l’effetto rilassante
è da sempre noto a tutti.
Perché si
prova
Si inizia a fumare di solito nell’adolescenza, quando le
sollecitazioni all’antifumo sono molte e diverse e, in genere, le
informazioni sui possibili benefici del tabacco sono oggi
insabbiate. Uno dei motivi che spinge ad accendere la prima
sigaretta è il desiderio di
costruire un mondo adulto in tempi in
cui gli adulti non sono riusciti a crescere e credono ancora alla
fata Morgana, che ha cambiato il suo abito azzurro in un camice
bianco e ha sostituito la bacchetta magica con l’epidemiologia. La
sigaretta tuttavia soddisfa anche un bisogno
di trasgressione e il fumo assume perciò una duplice valenza: fa
diventare più grandi - e quindi porta con sé il gusto del proibito -
mentre permette la distinzione dai più anziani, che tendono a
smettere per timidezza e paura. A volte fumare rappresenta un
rituale, costituisce una sorta di evasione, un compenso, uno sfogo
motorio a una tensione ansiosa creata non solo dalle campagne
antifumo, ma anche dalla moltiplicazione geometrica di leggi,
regolamenti, divieti, tasse e sorveglianze.
Il fumatore conosce genericamente i problemi che si dice siano
legati al fumo, ma tende a esagerarli: per esempio, numerose
inchieste hanno dimostrato che il fumatore crede di avere oltre il
50% di possibilità di morire di cancro polmonare mentre – anche
nell’ipotesi che il fumo fosse l’unica causa di cancro polmonare
invece di
una su oltre quaranta – le sue possibilità sarebbero
ancora solo una su mille. Insomma fumare rappresenta, oggi più che
mai, un segno di distinzione – perché solo persone specialmente
forti riescono
a non farsi influenzare dalla retorica antifumo circolata da media
mentecatti e dalla spazzatura pseudo-scientifica circolata dai
ciarlatani della “salute pubblica”. Forse è questa la ragione per
cui i fumatori, come tutte le élite, sono una minoranza – o almeno,
così si vuol far loro credere forse per tentare di prevenire quella
ribellione sociale per cui i tempi stanno maturando.
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