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21 Aprile 2004
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Cari amici,  

prima di tutto grazie per avermi risposto e scusatemi se non sono stato tempestivo nel fare altrettanto (mio malgrado ho dovuto dare priorità al lavoro).

Mi ha colpito una vs affermazione:   "Parlando di fede, siamo lieti che lei si senta meglio ora che ha smesso di fumare. Il potere della convinzione è un' potentissimo mezzo per ottenere i propri scopi, ne sappiamo qualcosa noi. Le rammentiamo però che sentirsi meglio quando si smette di fare qualcosa non è prova che quel qualcosa faccia male sempre e solo: può semplicemente significare che si è ecceduto -- e ciò si applica anche all'acqua."   Ho notato che questa è la risposta che date coerentemente alla maggior parte delle persone che vi scrivono, ma non credo che nel mio caso sia adatta.

Infatti non credo di avere ecceduto (fumavo, per piacere e non per vizio, 1 pacchetto di Davidoff ogni 2 settimane) e per anni mi sono concesso questo piacere.

Purtroppo a causa di un'improvvisa crisi asmatica (ho scoperto di essere allergico agli acari della polvere) sono stato ricoverato d'urgenza in ospedale.

Da quel momento il fumo (attivo e passivo) mi provoca fastidio, soffocamento, inizio a tossire in maniera convulsa e, se l'aria dell'ambiente dove mi trovo è satura di fumo, sono soggetto ad una vera e propria crisi respiratoria associata a conati di vomito. In questi casi l'unica soluzione immediata è "scappare" all'aperto dove l'aria, per quanto inquinata, è comunque meno satura di fumo; nei casi peggiori però "scappare" non basta e sono costretto a ricorrere alla cure mediche.

Questo mi ha costretto a rinunciare al mio piacere (il fumo) e mi costringe a frequentare solo locali dove non vi sono fumatori (o dove vi sono fumatori, ma allo stesso tempo il sistema di aereazione consente un buon ricircolo).

Caro Ted,

purtroppo le allergie sono e stanno sempre più diventando luogo comune. Siamo spiacenti che a lei sia toccata questa! In molti attacchi d'asma, tra l'altro, l'ossido di azoto contenuto nel fumo espande gli alveoli e permette di respirare. Ma la sua lettera apre un angolo interessante, che segue.

Non pensiate che questo mi piaccia: quando posso evito gli ambienti dove vi è molto fumo e non lo faccio solo per la mia salute, ma anche per evitare di stressare con i miei problemi i miei ex colleghi (i fumatori).

A volte però non posso evitare tali ambienti (ufficio, treno affolato, sale d'attesa, ...) e sono quindi costretto a subire, finchè il mio fisico me lo consente, o a stressare.
Ho scoperto che di persone come me (con un verificarsi dei sintomi più o meno gravi) ne esistono molte e visto che la nostra società è fortunatamente molto attenta ai problemi dei disabili (sono diversamente abile ... non sopporto fisicamente il fumo) penso che sia giusto tutelare chi in questo caso è più debole.

Ho sempre pensato che i diritti di ognuno comincino dove finiscono quelle degli altri.
Lo star bene è un diritto superiore a quello di fumare, che vedo come un piacere e pertanto non indispensabile o improrogabile.

Esistono oltre 3.000 sostanze che scatenano allergia e che sono note, ed esse sono del tipo più disparato. Lo scrivente per esempio (Gian Turci, a cui il suo messaggio è stato passato) è allergico all'alcol -- e parecchio: esposizione all'odore mi causa il vomito e - ci creda o no - mi fa anche starnutire! Assunzione di alcol in soluzione 10% e in quantità in eccesso ai 50 cc può causarmi qualcosa di simile a un shock anafilattico.

Le sottopongo dunque alcune domande - allergico ad allergico. Sarebbe giusto secondo lei che mi aspettassi che i ristoranti e i bar non servissero più birra, o vino, o Martini? O forse lei pensa che perché c'è una percentuale forse dell'1% di persone che sono medicamente (non psicologicamente) allergiche al fumo e solo, chissà, lo 0,01% che sono invece nella mia condizione, che il vietare il fumo sia "più giusto" che vietare l'alcol per un semplice numero di censo? Dopotutto, su 60 milioni di italiani, lo 0,01% rappresenta 600.000 persone che soffrono! Inoltre, il fatto che i fumi di alcol mi facciano "male", "dimostra" che non sono innocui, giusto?...

Dopotutto potrei affermare anch'io che "lo star bene è un diritto superiore a quello di bere", ed esigere che tutti buttino via il bicchiere appena entro in un bar o in un ristorante o, meglio ancora, che bere sia vietato d'amblé; e bere è anche un piacere, quindi non "indispensabile".

Le sottopongo due importanti considerazioni.

1) Hanno diritto persone come noi di piegare l'ambiente, la cultura -- il mondo, diciamo -- ai nostri bisogni in virtù del fatto che "siamo più deboli"? Non sarebbe più giusto considerare che siamo noi che abbiamo avuto la sfortuna di avere un problema col quale dobbiamo vivere senza rendere gli altri né parte del problema, né parte delle conseguenze di quel nostro problema? Ha diritto un paralitico di esigere per legge che una città, un universo sia costruito attorno alla sua sedia a rotelle? E' addirittura morale che egli forzi il mondo a spendere miliardi di euro per adattarlo ai suoi bisogni, e a quelli di gente come lui? Per favore, ci pensi su razionalmente; una persona intelligente come lei non potrà che concludere che è illecito aspettarsi che il mondo sia obbligato a risolvere i (o a esistere in funzione dei) problemi che ci siamo creati, o che ci sono successi, o con i quali siamo nati. Io non mi aspetto che passi una legge di divieto di alcol perché sono allergico -- e se venisse, la opporrei con tutte le mie forze, come già infatti faccio. Riterrei immorale scaricare il mio personale problema sulla collettività perché di essa farei abuso.

2) Dove si tira la linea di confine tra protezione e sopruso dell'individuo? Leggi che vietano questo o quel comportamento sono sempre acclamate da coloro a cui tale comportamento non piace o che si ritengono più o meno "danneggiati" dal comportamento. Essi vedono un guadagno per se stessi e quindi se ne fregano -- consciamente o no -- della perdita e del sacrificio degli altri, ma convenientemente capovolgono i termini sulle spalle di coloro che praticano quei comportamenti in una goffa perversione di giustizia morale e legale. Ognuno di noi prima o poi è sempre "danneggiato" da qualche altrui comportamento (e non mi riferisco a quei comportamenti comunemente riconosciuti nocivi come rubare, uccidere o guidare ubriachi contro cui già esistono leggi, ma a quelli più sottili come fumare nel suo caso, bere nel mio, o mettersi il profumo in altri). Però è curioso come coloro che scrivono quelle leggi che proibiscono non interpellino mai coloro contro cui le leggi sono scritte, sebbene pure essi siano cittadini! Con questa logica ne segue che, alla fine del circolo, ogni comportamento sarà inevitabilmente vietato o strettamente regolato perché sempre danneggia o da fastidio a qualcuno.

Sono d'accordo con voi: il proibizionismo o le false campagne stampa non sono corrette.
Ma allo stesso tempo se tutti i gestori dei locali e i fumatori che li frequentano fossero attenti (alcuni miei colleghi in ufficio lo sono, ma purtroppo molti altri no e si ricordano del fumo solo quando mi vedono star male) non ci sarebbe bisogno di leggi oppressive.
Forse mi sbaglio, ma purtroppo temo che noi italiani abbiamo bisogno di leggi oppressive (abbiamo più paura di perdere punti sulla patente che di perdere la vita) che tutelino chi, suo malgrado, riceve un danno reale da fumo.

Aspetterò impaziente una vostra risposta.
Un caro saluto.
TED

Qui lei sembra contraddirsi da solo: se "il proibizionismo o le false campagne stampa non sono corrette", non è possibile concludere che "noi italiani abbiamo bisogno di leggi oppressive". Tra l'altro, non sono d'accordo che alcun popolo abbia bisogno di oppressione, che forza valori e comportamenti non voluti -- altrimenti non ci sarebbe bisogno di oppressione. Inoltre, lei sembra parlare quasi con disprezzo del fatto che: "abbiamo più paura di perdere punti sulla patente che di perdere la vita", come se ciò fosse una cosa stupida o assurda. Non lo è affatto: la vita è mia e mia sola; essa è la proprietà ultima, e se decido di perderla sono solo fatti miei. D'altro canto, i punti e la perdita della patente, del denaro e della capacità di muovermi e quindi guadagnare hanno serie ripercussioni su altri.

Lei potrebbe obiettare che è proprio perché sono pure gli altri che pagano il fio del fatto che io non mi metto la cintura di sicurezza (!) e quindi prendo multe e perdo la patente che dovrebbe stimolarmi a comportarmi come vuole lo stato (espressione politicamente corretta: "civicamente"). Al che le rispondo che questa mentalità era alla base della "persuasione" dei sovietici, dove anche la famiglia pagava per il comportamento del dissidente. Di nuovo: dove si tira la linea di confine?

La soluzione esiste, e consiste nel disfacimento del salutismo organizzato e del potere centralizzato di stato. Se ai gestori, per esempio, fosse lasciata la libertà di decidere se si fuma o meno, si beva o meno nei loro locali, sia io che lei avremmo posti dove andare, e la soddisfazione dei nostri bisogni sarebbe garantita. Nella proprietà di stato, le aree speciali sono quasi sempre possibili. E nel caso del rapporto uno a uno, vale il civismo bidirezionale: chi sa che sono allergico il più delle volte non mi metterà il Martini sotto il naso; ma se lo farà starà a me tenere a mente che sono io quello che ha il problema - noi lui che beve il Martini, e che lui non è obbligato a cambiare il suo comportamento per ovviare al mio problema: potrò forse pensare che sia un maleducato, ma non potrò obbligarlo moralmente o per legge.

Un'ultima osservazione in due punti: lei afferma che "Lo star bene è un diritto superiore a quello di fumare, che vedo come un piacere e pertanto non indispensabile o improrogabile". Il primo punto è che lo stato, di fatto, non riconosce formalmente il fumare come un diritto, quindi una comparazione di diritti non può nemmeno esistere, e l'assenza di questo formale diritto allo stile di vita è alla base di tutti i soprusi politico-sanitari, siano essi basati su truffe scientifiche o no.

Il secondo è che il piacere non è vizio o peccato, ma parte dello star bene. E' ben provato (ma ignorato alla bisogna, cioè oggi sempre) che il piacere, la gratificazione, la libertà di comportarsi spontaneamente, sono tutti essenziali per la salute fisica, che è fortemente influenzata da quella psicologica. Ergo, il piacere diventa indispensabile e improrogabile nella vita di una persona, che da esso trae anche motivazione e ragione di vivere.

E con il fumo in particolare, secondo i salutisti questo piacere "dispensabile e prorogabile" viene dispensato e prorogato sempre -- un pezzetto alla volta: al ristorante e al bar, al lavoro, sui mezzi di trasporto, davanti ai bambini, in stazioni e aeroporti; con questa progressione, in America già comincia ad essere "dispensabile e prorogabile" sulla spiaggia, in auto, nei parchi, nelle strade e persino a casa propria se non piace al vicino. Sarebbe meglio smetterla di prendere la gente per i fondelli ed ammettere la verità: si tratta di proibizionismo travestito da "diritti dei non fumatori" e da "salute pubblica", solo che si ritiene la gente stupida abbastanza da non accorgersi del trucchetto paternalista. Ancora: dove si tira la linea di confine? La realtà è che non la si vuole tirare.

La retorica dei salutisti e delle loro voci dei media dimostrano che si tratta di puritano disprezzo del piacere (un pacchetto di sigarette o una bottiglia di vino possono fare più bene per il godimento che creano di quanto si presume facciano male al fisico) e della gioia che deriva dall'accomodamento di chi lo vuol provare. Ergo, disprezzo del piacere spesso diventa disprezzo per un componente essenziale della salute -- il che rende il salutismo una sinistra forma di oppressione esercitata da malati che vogliono farci diventare tutti come loro con la forza della legge, della falsa informazione e della propaganda.

Saluti cordialissimi.

Turci

 
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